Paris is burning, con Netflix nel mondo delle drag queens e delle subculture anni ’80

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Paris is burning, Netflix
Paris is burning, Netflix

Paris is Burning offre uno sguardo intimo all’interno della cultura drag queen degli anni ’80, in un imperdibile documentario Netflix che ci porta nel cuore delle competizioni di ballo a New York. Pepper Labeija, madre della House of Labeija, e Dorian Corey, un veterano del ballo, ci raccontano in questo splendido documentario la nascita del vogueing.

Il vogueing diventa pop negli anni ’80

La Parigi di Jennie Livingston sta bruciando. Siamo nel lontano 1989 quando Deep in Vogue di Malcom McLaren presenta per la prima volta al mondo e all’Europa le “houses of New York” e il mantra “La Beija, Extravaganza, Magnifique” diventa internazionale. Deep in Vogue aveva sicuramente fatto rumore, ma fu il video di Vogue di Madonna, che prendendo l’idea di McLaren, presentò al mondo il vogueing. Un ballo famoso nelle discoteche gay di New York, che imitava le movenze dei modelli di Vogue e dei divi di Hollywood, dove le braccia e le mani si muovevano sinuosamente urlando allo spettatore “ehi, sono una star!”. Se McLaren voleva rendere onore alla cultura underground di New York, Madonna aveva reso questa cultura pop. Il repertorio del vogueinge era diventato per tutti, una subcultura trasformata in moda.

Paris is burning, un documentario del 1990, visibile ora su Netflix, vede la regista Jennie Livingston, rivendicare le origini di questo movimento underground. Subito dopo il diploma, infatti, la Livingston ha fortunatamente documentato i drag ball di New York, nelle quali gay, travestiti e transessuali affermano la propria identità con balli suddivisi in categorie molto dettagliate. La Livingston documentò ogni cosa, dall’esterno della casa al palco vero e proprio, al backstage dello spogliatoio, usando voci fuori campo, scatti e audaci didascalie per dare maggiore immediatezza visiva.

Jennie Livingston interroga il mondo delle piste da ballo

Paris Is Burning si apre con l’imponente ingresso di una magnifica creatura di nome Pepper Labeija. Con immensi sbuffi d’oro, guanti fino ai gomiti e un copricapo di piume, Pepper scivola come se il locale fosse il suo regno speciale, e in un certo senso lo è, dal momento che è una leggendaria drag queen. Cammina nella pista in mezzo a una folla di ammiratori, sexy e provocatoria, si pavoneggia a ritmo di ballo e spensieratamente getta indietro il copricapo e le maniche a sbuffo del vestito. Se lo spettacolo sembra un po ‘come una premiere di Hollywood, non è un caso. Come dice Dorian Corey, un’altra leggenda, “Liz Taylor è famosa, così come Pepper Labeija”.

Nel 1985, mentre frequentava un corso base di produzione cinematografica alla New York University, Jennie Livingston incontrò per la prima volta due uomini che posavano per gridare “Butch queen in drag” e “Saks Fifth Avenue mannequin” alla Washington Square Park. Ha chiesto loro di incontrarsi un altro giorno in modo che potesse filmarli mentre facevano il ballo che chiamavano voguing. Da qui la regista iniziò a farsi strada nel mondo delle sale da ballo notturne, chiamate “case” (come le case di moda). Qui la regista, scopre che la voguing, che da allora è diventata famosa, era solo una parte della cultura della “drag ball” che esisteva ad Harlem da molti anni.

Paris is Burning fotografa una situazione sociale

L’acclamato documentario della Livingston, Paris Is Burning, racconta una storia di bambini, delle loro lotte per sopravvivere e delle loro speranze di fama e accettazione.
Nelle sale da ballo i giudici valutano i concorrenti in dozzine di categorie e, come dice Jennie Livingston, “Tutti possono non vincere, ma tutti possono ballare”. Alcune categorie assomigliano a quelle dei concorsi di bellezza tradizionali, mentre altre, specialmente le categorie di “realtà”, valutano il grado di finezza ed esattezza della performance. In molti casi i performer imitano il portamento e i gesti di classi a cui vorrebbero appartenere.

La Livingston, che ha passato anni a fotografare le sale da ballo, oltre che a riprenderle ha dichiarato: “Non credo che la maggior parte delle persone che sono coinvolte nella realtà di una pista da ballo lo facciano per ragioni apertamente politiche […] penso che sia un’esperienza molto viscerale, il voler andare in una stanza dove tutti ti amano per quello che sei. C’è un’ironia in questo, ed è percepita da tutti lì: ‘se fossi una donna tradizionale, e non un uomo gay, se io fossi una persona ricca e non una persona povera, se fossi un ragazzo duro e non un frocio, allora tutti mi accetterebbero’. Quindi c’è un segno di rivolta in quello che stanno facendo, anche se non è deliberatamente ironico”.

La Livingston spiega anche che gli anni ’60 sono stati un momento di auto espressione, con drag queen selvagge ricoperte da un sacco di glitter e paillettes, mentre “gli anni ’80 erano più di etichetta, quindi la cultura della sala da ballo è diventata più conformista”, ma il suo interesse è quello di rappresentare l’oppressione di genere, di razza, di sessualità e di classe. Il voguing, infatti, appare negli anni ’80 nel regno della cultura popolare, e se le mosse e i costumi rimangono, la lotta per le identità specifiche di coloro che praticano questa forma d’arte svaniscono.

Molte nel documentario le domande sull’AIDS, fenomeno molto presente negli ambienti poveri e underground di quegli anni. Dalle risposte si evince una sorta di rassegnazione dovuta alla considerazione delle drag queen in New York City: “Se sei una drag queen, è forse più probabile che sarai ucciso da qualcuno che odia le drag queen o qualcuno che è pazzo prima di avere la possibilità di sentire dei sintomi”. Gli interessi della Livingston vanno a toccare una serie di tematiche “fuori dal mainstream”, mostrando una sincera preoccupazione per una rappresentanza giusta e dignitosa di coloro che sono sommariamente esclusi dai mass media.

italiamedia